Vedere con le orecchie, non è fantascienza

Da tempo, gli studi scientifici hanno dimostrato che chi perde la vista tende a sviluppare maggiormente il senso dell’udito. Il responsabile di questa riorganizzazione sensoriale è il cervello, in grado di riadattare i circuiti che elaborano informazioni sensitive come quelle acustiche. Ma come avviene questa compensazione? Ce lo spiega nel dettaglio questo articolo estratto dal blog Scientificast.

La storia di Daredevil racconta di un uomo che, dopo essere diventato cieco per colpa di un incidente durante l’adolescenza, diventa un supereroe imparando a vedere il mondo attraverso i suoni, usando quindi l’udito al posto della vista. L’idea che l’udito permetta di vedere il mondo con la stessa efficacia della vista si ritrova nella saggezza popolare secondo la quale “quando si perde un senso, gli altri sensi si rafforzano”. Ma quanto sono davvero lontane queste idee dalla realtà? È possibile diventare un supereroe anche in presenza di una disabilità, o addirittura proprio grazie a una disabilità? Recenti scoperte nell’ambito delle neuroscienze ci aiutano a rispondere a queste domande.

Nel cervello ci sono aree dedicate all’elaborazione sensoriale, cioè all’analisi delle informazioni che ci arrivano dall’ambiente attraverso gli organi di senso. Queste aree sono specifiche per ogni modalità sensoriale, si occupano cioè di analizzare le informazioni in arrivo da uno solo dei nostri sensi.

Queste informazioni separate vengono poi passate ad altri centri che si occupano di unirle restituendo l’esperienza di un mondo integrato. La zona del cervello deputata all’elaborazione delle informazioni uditive si trova vicino alle tempie, in un’area chiamata lobo temporale. La particolarità di quest’area è che organizza l’informazione uditiva in modo specifico per diverse frequenze di suono. La zona del cervello che ci permette di elaborare le informazioni visive, invece, si trova vicino alla nuca nell’area chiamata lobo occipitale. Nel lobo occipitale, l’input visivo è organizzato in modo ordinato e corrispondente al modo in cui la luce colpisce la retina nell’occhio. Questa caratteristica fa in modo che le informazioni visive rispettino l’ordine dello spazio esterno, permettendoci di riconoscere le relazioni spaziali con facilità.

Si pensava che lo sviluppo di queste aree fosse fisso, e univocamente legato all’input sensoriale di riferimento, ma recenti ricerche hanno messo in luce come queste strutture possano cambiare destinazione d’uso con una certa flessibilità.

È stato mostrato, infatti, che sia in persone cieche dalla nascita che in persone con cecità acquisita, il lobo occipitale si attiva in risposta a stimoli uditivi, mentre questo non succede in persone con la vista intatta. Questi risultati sono stati inaspettati, ma ulteriore stupore si è creato quando si è presa in considerazione la componente spaziale dell’input uditivo. Se in persone affette da cecità congenita l’attività del lobo occipitale viene disturbata in modo transitorio con una tecnica chiamata Transcranial Magnetic Stimulation (TMS), la loro capacità di riconoscere la posizione spaziale del suono peggiora per la durata della stimolazione per poi tornare al livello di partenza, mentre la loro abilità di riconoscere l’intensità o il tono dei suoni non subisce conseguenze. La TMS, al contrario, non ha nessun effetto sul riconoscimento della posizione spaziale dei suoni in persone con la vista intatta.

Quindi, le aree del cervello tipicamente coinvolte nella visione, quando vengono private dell’input visivo, possono partecipare all’elaborazione di stimoli provenienti da un’altra modalità sensoriale. Come se non bastasse, l’attività del lobo occipitale viene reclutata sfruttandone il punto di forza, cioè la capacità di organizzare l’input sensoriale in modo spaziale.

Questi risultati hanno due conseguenze importanti. Prima di tutto attraverso il reclutamento delle aree visive rimaste senza input il cervello ha più potenza computazionale per elaborare l’informazione uditiva, quindi l’udito viene effettivamente, in un certo senso, rinforzato. In secondo luogo, le informazioni uditive vengono organizzate in senso spaziale in modo più efficace. Queste due caratteristiche aiutano le persone cieche a utilizzare la modalità uditiva come supporto per capire le relazioni spaziali tra le cose nel mondo.

La ri-allocazione delle aree visive appena descritta è solitamente più efficace nei casi di cecità congenita, quando il lobo occipitale non ha mai risposto all’input visivo rispetto ai casi di cecità acquisita quando il lobo occipitale si era già sviluppato in risposta all’input visivo, ma una riorganizzazione efficace delle risorse è comunque presente.

Sono addirittura stati riportati alcuni casi estremi in cui persone affette da cecità congenita hanno sviluppato la capacità di eco-locazione, riuscendo a svolgere alcune attività che solitamente sono possibili solo quando la vista è intatta, come fare canestro o andare in bicicletta, grazie all’emissione di specifici suoni dalla bocca, delle specie di “click” (per un esempio vi rimandiamo a questo video). Un meccanismo di questo tipo potrebbe essere proprio ciò che ha permesso a Daredevil di sviluppare capacità straordinarie.

A quanto pare, i supereroi ci sono anche nella realtà.

Articolo originale qui

Il dr. Tomatis è stato un precursore nel teorizzare la plasticità cerebrale: sulla base di ricerche specifiche sul sistema uditivo ha costruito un metodo che aiuta a sviluppare le  capacità cognitive, emotive e motorie. Per approfondimenti, contattaci allo 051 4859072 o info@auresbologna.it

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