Impatto di un’ipoacusia leggera nella capacità cognitiva dei giovani

Le perdite di udito nei giovani sono in costante aumento e gli studi scientifici seguono con interesse questo nuovo campo, soprattutto in un’ottica di prevenzione dell’ipoacusia. Le ultime ricerche si soffermano sull’interazione tra udito e capacità cognitive, cercando di far luce su una tematica che comincia a destare preoccupazione anche tra la popolazione più giovane.

Su questo argomento, traduciamo e pubblichiamo un interessante articolo tratto dal “The Hearing Journal”

Un buon numero di prove suggeriscono possibili legami tra perdita dell’udito e deterioramento cognitivo, anche se la connessione tra capacità uditive e cognitive non è di immediata comprensione. È stato documentato, per esempio, che i pazienti con impianto cocleare (CI) mostrano una funzione esecutiva relativamente scarsa in aree che interessano la memoria di lavoro (a breve termine ndr) (J Deaf Stud Deaf Educ. 2014 Oct; 19 (4): 456), e gli anziani con un’ipoacusia da media a moderata hanno una comprensione del linguaggio peggiore rispetto ad anziani con udito normale (J Am Acad Audiol, 2006 luglio-agosto; 17 (7): 487).

Forse una delle evidenze più eclatanti è l’aumento in proporzione di demenza conseguente alla perdita di udito negli anziani (Arch Neurol, 2011 Feb; 68 (2): 214). In questo studio prospettico su larga scala, Lin e colleghi hanno scoperto che il rapporto sull’incidenza della demenza era rispettivamente di 1.89, 3.0 e 4.94 per perdita dell’udito lieve, moderata e grave, dopo un follow-up clinico di 12 anni sugli adulti più anziani.

Sebbene l’evidenza di un rapporto diretto della perdita di udito sul danno cognitivo rimanga sfuggente  (cioè, la perdita di udito può aumentare la probabilità di demenza poiché riduce l’interazione sociale e aumenta lo stress e la depressione), è stato teorizzato che uno sforzo troppo intenso dell’ ascolto può esaurire le risorse neurali che potrebbero essere altrimenti assegnati ai processi cognitivi (Ear Hear. 2016 luglio-agosto; 37 Suppl 1: 5S).

Questo concetto trae sostegno dagli studi comportamentali che coinvolgono individui con udito normale, i quali hanno dimostrato una capacità di memoria ridotta quando gli ascoltatori sono stati sottoposti a segnali vocali degradati (Mem Cognit. 2014 May; 42 (4): 622).

Sebbene la perdita dell’udito sia più diffusa negli adulti più anziani, vi è una crescente preoccupazione per la perdita dell’udito nei giovani adulti a causa della crescente esposizione quotidiana al rumore a livelli pericolosi.

Secondo i sondaggi, più del 90% degli studenti universitari utilizza dispositivi musicali personali e quasi la metà di questi studenti ascolta musica a volumi che superano gli standard di sicurezza per l’esposizione al rumore in ambito lavorativo (Ear Hear. 2008 Oct; 29 (5): 791; Salute. Giugno 2010; 100 (6): 1095). L’uso pervasivo di dispositivi musicali personali e la mancanza di una guida nel controllo del volume collocano circa 1,1 miliardi di adolescenti e giovani adulti a rischio di perdita dell’udito (WHO, 2015).

Nonostante ciò, la ricerca ha dato poca attenzione allo studio dell’impatto che la perdita dell’udito ha sul funzionamento cognitivo in questa fascia di popolazione più giovane.

Il nostro recente studio, tuttavia, ha dimostrato che una leggera perdita dell’udito, anche se clinicamente normale, può alterare l’attività cerebrale durante la percezione del linguaggio (eNeuro 2018 giugno 8; 5 (3) .più: ENEURO.0263).

In questo studio, abbiamo esaminato 35 giovani adulti sani tra i 18 e i 41 anni e monitorato la loro attività cerebrale in risposta a frasi con diversa complessità sintattica. Mentre la classica rete neuro – linguistica nella corteccia fronto-temporale sinistra mostrava una maggiore attività in funzione della difficoltà della frase, emergeva anche l’attività nella corteccia prefrontale anteriore destra, mostrando una correlazione negativa con l’udito.

Il risultato è stato piuttosto sorprendente in quanto l’attività frontale destra è comunemente osservata negli adulti più anziani durante i compiti linguistici, un effetto attribuito alla plasticità cerebrale legata all’invecchiamento (Front Aging Neurosci., 2016 May 23; 8: 110). L’area frontale destra, invece, non era correlata con la differenza di età tra i giovani adulti; anche dopo aver controllato l’età, l’attività frontale destra mostrava ancora una solida associazione con l’udito.

Ovviamente, gli attuali risultati correlazionali emersi non possono stabilire soltanto un nesso causale tra perdita dell’udito e deterioramento cognitivo. Occorre una ripetuta osservazione clinica per caratterizzare ulteriormente se una precoce plasticità del cervello implichi un esaurimento delle risorse neurali lungo la linea, portando infine alla demenza (Arch Neurol., 2011).

Alla luce delle evidenze emergenti che mettono in luce le connessioni tra udito e cognizione, non si può non sottolineare ancora l’importanza della prevenzione precoce della perdita dell’udito prima che questa influisca sul benessere della persona, scaricando costi medici sulla società.

Medici ed educatori dovrebbero allertare genitori e adolescenti, diffondendo messaggi critici e trasmettendo i risultati della nostra ricerca e quelli degli altri: Giovani, è ora di proteggere le orecchie!

Articolo in lingua originale qui

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